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25 marzo 2017-DIARIO DI UNA SCONFITTA
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Roma 25 Marzo 2017.

DIARIO DI UNA SCONFITTA.

Ovvero il possibile prologo di un nuovo incedere.

Stato d’eccezione.

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Denunciare, reclamare, rivendicare, dissentire o anche criticare questo mondo e il suo stato d’eccezione permanente non serve a niente, anzi, il mettersi in posa come le “vittime” della (presunta improvvisa) scomparsa dello stato di diritto servirà solo a far crescere il disprezzo per ciò che resta di “sinistra” in quel che rimane del cosiddetto movimento. Fino a non molto tempo fa chi provava a lanciare un avvertimento del tipo “guardate compagni, lo stato d’eccezione è già in corso, giorno dopo giorno si approfondisce, prima ne prendiamo atto e meglio è per tutti”, veniva come minimo fatto oggetto di lazzi goliardici oppure guardato come fosse piovuto dal cielo di chissà quale secolo passato, da chissà quale scuola teologico-politica o da un margine tutto sommato estremamente marginale dell’infinita corte di sette rivoluzionarie che hanno sempre abitato i tempi fin dall’inizio della storia d’Occidente. O, ancora, venivano visti più semplicemente come dei fanatici, dei fuori di testa. Ma no, era solo l’aver avuto un po’ di buon senso comune riguardo all’epoca che aveva portato quelle creature a discendere dentro il tempo, a farsi allievi di quelle vecchie scuole e a passeggiare lungo i margini della storia.

Ora, c’è una cosa che bisogna comprendere a tutti i costi e una volta per tutte riguardo quello che viene chiamato stato d’eccezione o stato d’urgenza: esso è quella Legge che permette al Governo di sospendere tutte le leggi, è il Diritto che destituisce i diritti, è la Norma che permette di mettere in mora ogni regola. Da qui deriva la sua enorme potenza di annientamento e anche l’inanità di contrapporgli ciò che, appunto, esso ha reso inoperante. A fronte di questo gesto da parte della sovranità, è del tutto inutile appellarsi alle virtù democratiche, alle costituzioni nazionali o ai codici civili, poiché il gesto dell’eccezione li depone una dopo l’altra, uno dentro l’altra, uno insieme all’altra. Il gesto rivoluzionario in questo caso è sempre quello di assumere la situazione presente e agire in conseguenza e per cui se loro sono senza Legge, senza Diritto e senza Norma, allora noi dobbiamo assumere la situazione d’an-archia, dobbiamo essere altrettanto incuranti verso un sistema che non esiste più se non nella testa bacata di qualche pessimo professore di scienza politica. Non c’è più tempo per la critica, solo l’affermazione incide nel reale. Se loro sono perfettamente capaci di destituire il diritto, noi dobbiamo divenire capaci di destituire il Governo.

Non basta, quindi, dichiarare che viviamo in uno stato d’eccezione permanente, se poi di fronte agli idranti sul lungo Tevere, le reti di sbarramento e i plotoni di celerini schierati, restiamo esterrefatti, e gridiamo alla violazione dei diritti, appellandoci a quello stesso sistema di garanzie giuridiche che avevamo dichiarato deposto. Forse la questione è constatare come sia la normalità quella vissuta il 25 marzo, ce lo dicono gli idranti a San Basilio o all’Alessandrino, le identificazioni di massa del 14 novembre 2013 sul lungotevere o il Pigneto blindato per le cicliche retate all’isola pedonale. Ogni volta che si ha a che fare con il governo si ha a che fare con l’unica forza di gestione della popolazione, la polizia. Ma è anche la normalità, per chi guarda oltre il GRA, che un vertice internazionale, peraltro volutamente e dichiaratamente gestito all’europea, veda un impiego di forze e misure preventive (filtri, identificazioni, zone rosse, proclami allarmistici) da vertice internazionale. Meno normale è decidere di buttarsi tra le braccia del dispositivo poliziesco, scegliendo la simmetria più totale e strategie di piazza già messe in crisi nella stagione dei contro-vertici. Se situazioni del genere, negli ultimi anni, ci hanno detto qualcosa è che lo scontro frontale, dove e quando il nemico, più forte, lo vuole, è perdente, sempre.

E poi, diciamola questa verità, anche con un po’ d’allegria: cosa è più solido, esprimere il dissenso per Trump o prendere a cazzotti i razzisti del Ku Klux Klan? Cosa è più udibile tra un libretto di critica dell’economia politica e un corteo dove decine e decine di banche vengono sfasciate al passaggio? Cosa è più antifascista tra un richiamo alla costituzione repubblicana e il sabotaggio a suon di pittura, sassi e molotov di un congresso del Front National?

Europeizzazione della sicurezza VS divenire-mondo del conflitto.

Da più parti è stato detto a proposito della débâcle del 25 marzo che essa è stata dovuta alla comparsa di un mostro, di un’enorme anomalia, di una imbattibile macchina da guerra: la tristemente famosa “gestione nordeuropea” dell’ordine pubblico, un Leviatano che si vuole inattaccabile e inespugnabile. Si vuol far credere che davanti a questo nuovo Leviatano nulla sia possibile se non reclamare i diritti sequestrati, si vuol far pensare che oltre le Alpi la contestazione sia, a causa di quel dispositivo, del tutto pacificata e che ai militanti non resti che subire passivamente questo ultimativo strumento della guerra sociale che lo Stato conduce contro le popolazioni. Questa narrazione, oltre a essere evidentemente falsa, è contro-rivoluzionaria perché porta alla depressione politica e all’immobilismo e, per questo motivo, va rivoltata e declinata offensivamente: il modello europeo può essere attaccato, profanato e sovvertito, come sapremmo se solo guardassimo aldilà del nostro naso. In Francia, si continua a sfidare e bucare uno stato d’urgenza proclamato formalmente e che ha dato alle polizie un potere molto più ampio di quello dispiegato a Roma, polizie per altro dotate di armi non convenzionali un po’ più serie dei lacrimogeni e degli idranti. A Francoforte, nel paese in cui sarebbe stata inventata quella gestione così spaventosa dell’ordine pubblico, solo un paio di anni fa, in occasione di uno dei tanti vertici-spettacolo della Troika, poche centinaia di compagni e compagne hanno saputo prenderne le misure e ridicolizzarlo: fu sufficiente una giusta miscela di immaginazione e coraggio. E il pomeriggio, anche se si dovette sfilare tra i muri di poliziotti, alle spalle di questi c’erano i resti abbondanti della passeggiata incendiaria della mattina la quale, oramai, aveva segnato indelebilmente la giornata. Certo, anche in quella occasione ci fu chi preferì adottare le solite tattiche attira-sbirri, ovvero cose prevedibili che pare abbiano come solo scopo quello di finire in bocca al dispositivo, e così delle altre centinaia di persone dovettero passare buona parte della giornata in loro compagnia. Ma ciò fa parte, come si suol dire, della “molteplicità delle pratiche”: a ciascuno la sua, a ognuno il suo posto.

Queste valutazioni portano a due considerazioni politiche e strategiche conseguenti. La prima riguarda il bisogno urgente di un radicale cambio di strategia da parte dei movimenti italiani (almeno di quelli che vogliono porsi come parte di un’offensiva rivoluzionaria). Di fronte a questo modello poliziesco europeo e, più in generale, allo Stato d’eccezione permanente, le vecchie strategie – le scelte tattiche, i discorsi e i modi di stare in piazza – non sono più adeguate; questi carrozzoni, che definiamo movimento, sono dei minestroni di discorsi e soggettività politiche che a conti fatti, non hanno niente di più da spartire che la propria inoffensività e inadeguatezza di fronte al nemico. Il 25 ci dice, in primo luogo, che dobbiamo recuperare imprevedibilità, mobilità e dinamicità – dotarci di una flessibilità tattica che sappia adattarsi alle situazioni e al dispositivo repressivo – caratteristiche che oggi mancano alle strutture di movimento e, ancor più, ai macchinosi e farraginosi carrozzoni politici che si creano per queste occasioni. La seconda considerazione di carattere strategico riguarda l’atteggiamento dei movimenti italiani rispetto al piano europeo: se, come è stato sottolineato da più parti, il 25 marzo è stato l’ennesima prova del fatto che è in corso un’europeizzazione della gestione dei conflitti e della sicurezza, è (anche) su quel livello che dobbiamo organizzarci, mondializzando il conflitto – esprimendo un divenire-mondo del conflitto. Da qualche anno, infatti, si stanno dando passi importanti verso la costruzione di un piano di organizzazione europeo e internazionale, che ha saputo superare le contraddizioni del vecchio movimento No Global e costruire momenti condivisi in cui esprimere un piano di consistenza comune. In questo senso il 25 marzo è stata un’occasione persa, vuoi per poca lungimiranza strategica, vuoi per esplicita volontà politica. Quello del 25 è stato solo un assaggio del modello che vedremo riproposto nel G7 di maggio a Taormina, e – a bassa intensità, ma non per questo meno invasivo – dello Stato d’eccezione e del paradigma di governo che viviamo ogni giorno. Vogliamo continuare ad affrontarlo simmetricamente, con staticità (tattica e mentale) e con un approccio provincialista o vogliamo provare a profanare il dispositivo, a cambiare radicalmente i nostri modi di pensare/costruire questi appuntamenti e le nostre maniere di stare in piazza?

Immaginazione e Coraggio

Ciò che manca platealmente oggi ai movimenti, che è apparso evidente nella piazza del 25 marzo, sono esattamente quelle due qualità che costruiscono la possibilità: l’immaginazione e il coraggio.

Negli ultimi mesi dalla Francia della “Loi Travail!” agli USA di Trump e di Standing Rock la eco di nuove lotte e linguaggi arriva fino alle nostre latitudini. Dal Chiapas al Rojava, dal Nord Dakota alle piazze e banlieu parigine, mondi altri in guerra col capitale e tra loro ci dicono che non esiste rivoluzione senza una forma di vita che ne abiti il processo. Quello che il 25 marzo era evidente è che oltre una strategia efficace sul piano offensivo, mancasse un immaginario, un linguaggio che fosse nemico, ostile e antagonista a quello del Governo. Quello che oggi manca non è solo un generico immaginario rivoluzionario, ma è proprio l’immaginazione, la fantasia, sine qua non di ogni costruzione d’immaginario e di ogni rivoluzione. Dal manifesto con i faccioni dei capi della UE, all’intervento che si proclamava “anti-europeista ma da una prospettiva europeista”, il 25 marzo la vitalità e la potenza di una schiera di Oceti Sakowin a cavallo, dei cortei di testa francesi o, perché no, dei briganti vestiti di nero e con maschere di Pulcinella presenti a Napoli, non c’erano. Non c’erano perché o situazioni come quella della scorsa settimana riescono ad aprirsi e far risuonare le eco linguistiche e tattiche che vengono dagli altri pezzetti della rivoluzione che viene, oppure restano lo stanco e indebolito remake di un copione vecchio di almeno 10 anni!

La questione della mancanza d’immaginazione e di costruzione di un immaginario rivoluzionario crediamo che siano alla base di uno dei problemi che fa ristagnare oggi la palude di movimento: non ha alcuna attrattiva per le giovani generazioni. La composizione giovanile per lo più diserta questi appuntamenti o, nel caso dei militanti più giovani, li attraversa spesso con noia, sbuffando, per poi tornare a casa ogni volta più depressa e demotivata. Possiamo anche continuare a raccontarci la balla che il 25 marzo le grandi masse e i giovani ribelli non sono scese in piazza per colpa del terrorismo mediatico. O direttamente, come hanno fatto alcuni, inventarci che c’erano quasi 15000 persone in Piazza e che è stata una grande giornata di lotta. Ma in fondo sappiamo bene che chi ha attraversato quel corteo con la coscienza pulita (chi, cioè, non riceve rendiconto politico dall’ingannare sé stessi e gli altri con narrazioni auto-celebrative di quella giornata di merda) a fine corteo si trovava un po’ più solo, sconsolato e vecchio dentro di quanto non lo fosse prima. Perché questo era ciò che quel corteo esprimeva: un’insufficienza etica oltre a una chiara insufficienza tattica – e in questo quasi paragonabile all’ignobile corteo mattutino per l’europeismo socialdemocratico: una profonda tristezza esistenziale, un vecchiume ideologico e discorsivo, una totale mancanza di immaginazione rivoluzionaria, un’incapacità di esplorare terreni dell’ignoto e di rendere di nuovo desiderabile, specie per quella tanto evocata quanto castrata composizione giovanile, il prendere posizione, l’essere parte.

L’altro grande assente nella palude di movimento, ancor di più quando si presenta nelle mostruose e informi sembianze del carrozzone, è il coraggio. Il coraggio è, e deve essere, una delle doti del rivoluzionario, ma a ben guardare di chiunque attraversi il presente a testa alta. Coraggio di dire la verità, di parlare sinceramente a sé stessi e a chi ascolta, anche di una sconfitta, per quanto bruciante. Ma anche coraggio di abitare quello spazio di inimicizia che a parole si enuncia. Dire di essere ostili al mondo del capitale significa anche assumersi la responsabilità dello scontro con questo e le sue forze. Significa curare le relazioni con i compagni, con chi ha scelto la stessa posizione, lo stesso lato della strada. Ma significa anche farsi trovare pronti, non abbandonare gli amici in situazioni di pericolo. Purtroppo nella vista delle schiene quando si sarebbero voluti i volti solidali, si sono consumati tanti momenti di piazza negli ultimi tempi. Non è una colpa la paura, o la fuga, ma l’indifferenza verso chi resta dietro, e soprattutto l’indifferenza verso le mancanze, nello scontro e nell’etica, che caratterizzano il nostro schieramento.

Eccedenza e movimento.

Già prima si è accennata una critica alla forma-carrozzone. Questa è intimamente legata alla questione del rapporto movimento-eccedenza, molte volte, sfortunatamente, declinata come movimento o eccedenza. Guardare strategicamente alla relazione movimento-eccedenza vuol dire trattarli non come due termini inconciliabili, ma come un rapporto, un rapporto che si deve saper agire e declinare offensivamente, ancor più in date internazionali come quella del 25 marzo. Oggi, invece, movimento ed eccedenza sono considerati incompatibili, l’eccedenza come un qualcosa di esterno al Movimento, che va governata, controllata e, perché no, repressa. Due recenti esempi ci danno la chiave d’interpretazione. A Napoli, prima del corteo, si era dichiarato: “l’eccedenza non verrà tollerata”; poi, di fronte a un’eccedenza troppo organizzata e numerosa, a nulla sono valse le velleità di governo sul movimento, e nel post-corteo tutti si sono rivendicati quella grande giornata di conflitto, quello sì, vero e ingovernabile. L’altro esempio è proprio il 25 marzo, una data in cui, per come era stata preparata, tra assemblee di movimento che avevano il sapore di conferenze stampa e interviste a giornali giustizialisti in cui si evocava la presenza di “anarco-radicali” (definizione degna del peggior Gabrielli), l’eccedenza semplicemente non poteva esprimersi, non aveva nessuna possibilità di presenza. Questi esempi ci pongono l’urgenza di re-iniziare a problematizzare e agire strategicamente il rapporto movimento-eccedenza. Agire strategicamente questo rapporto vuol dire, quindi, rifiutare la scelta tra movimento o eccedenza e aprirsi alla composizione, eccedenza e movimento, movimento di eccedenze ed eccedenza nel e oltre il movimento.

Qualche ultima considerazione su movimento, diserzione e destituzione. Se c’è una cosa che il 25 marzo ha confermato in maniera lampante, ebbene è proprio la necessità di destituire questo dispositivo d’impotenza che è diventato da tempo quello che si continua, imperterriti, a chiamare pomposamente “movimento” e che altro non è che l’apparizione intermittente di gruppi che credono – quando sono in buona fede – di stare lavorando per il “conflitto sociale” mentre in verità stanno solo affannandosi per riprodursi, ma sempre più stancamente, sempre più esausti, sempre di meno, sempre più lontani dal cuore dell’epoca. E questo cuore non è nascosto chissà dove: è sempre lì accanto, in quelli che hai vicino, in quello che vivi, in ciascuna di quelle situazioni che spingono una “singolarità qualunque” a prendere posizione contro il presente. E quando si è insieme è lì dove il desiderio ci prende e ci porta a inventare il vicolo che ci permetterà di mettere sotto scacco l’ordine precostituito, e specialmente ci porterà a trovare il coraggio di farlo.

È per tutto questo che se proprio un appello crediamo vada fatto, è quello che si rivolge a tutte le singolarità qualunque, siano esse militanti o meno, a uscire dal dispositivo e a organizzarsi autonomamente, insieme a chi avete più vicino e che vi dà coraggio e con cui potete immaginare quel vicolo, quel cammino che ci farà più liberi. Appello questo che ha una duplice funzione: da una parte è rivolto a quelle parti organizzate che in questi anni abbiamo incontrato e con i quali condividiamo una prospettiva rivoluzionaria, a che destituiscano il dispositivo-movimento, disertino questi statici e macchinosi carrozzoni (e i loro “sinistri” soggetti) e re-inizino a organizzarsi offensivamente, aprendosi alla mobilità tattica, alla costruzione di un immaginario rivoluzionario comune e ritrovando quel coraggio che in altre occasioni si è saputo dimostrare. Dall’altro è rivolto a tutte quelle persone, giovani e non, che, comprensibilmente, in piazza non vediamo più, annoiati e inariditi dal deserto che è divenuto il “movimento”, persone che invitiamo a una diserzione affermativa, a tornare nelle piazze, a organizzarsi in autonomia, oltre il movimento, contro i carrozzoni, a divenire-eccedenza.

Concludiamo la pagina 25 Marzo del diario con il sottotitolo d’inizio, il possibile prologo di un nuovo incedere. Perché da una sconfitta dichiarata con sincerità, dall’assunzione di una mancanza, possa aprirsi il campo per un nuovo possibile incedere, una nuova prospettiva, più attenta alle eco delle rivolte dell’epoca.

Dopotutto se abbiamo amato quel “il mondo o niente!” risuonato nella scorsa primavera, che dovremmo farcene della prospettiva europeista?

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DIARIO DI UNA SCONFITTA

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