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Venerdì tredici. Sovvertire per governare. Alcune riflessioni sui fatti di Parigi.
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Avremmo voluto riportare almeno parte della densa discussione avutasi nel primo appuntamento del Seminario Immaginario sui temi del governo, della democrazia e della crisi, ovvero sui cavalieri dell’apocalisse della nostra epoca. Alla luce di quanto accaduto in Francia pochi giorni dopo ci è sembrato più opportuno riportare quella discussione in termini di un inizio di analisi dei fatti parigini, poiché secondo noi rappresentano la chiara evidenza di quanto ci si diceva.

Parigi, 13 novembre 2015. Venerdì sera. 5 esplosioni e 4 sparatorie. 129 morti e 352 feriti. Una serie di attacchi dislocati e coordinati a colpi di granate, mitragliatori e kamikaze, rivendicati dai militanti dell’Isis. Gli obiettivi: uno stadio, un centro commerciale, due locali e due ristoranti del centro parigino. Luoghi simbolo del divertissement del fine settimana e molto frequentati, soprattutto il venerdì sera.

Nello sgomento generale, la prima domanda che sorge spontanea nella testa del cittadino medio è perché tutto ciò non sia stato previsto e prevenuto, considerati i grandi mezzi che i governi impiegano nell’attività di intelligence e di controllo paranoico delle strade della metropoli. Com’è stato possibile mettere in scena un attentato di questo calibro, per di più in dei luoghi che normalmente sono ipercontrollati? Come lo stadio, per esempio, dove è avvenuta la prima serie di esplosioni e dove, quella sera, si giocava una partita, sebbene amichevole, come Francia-Germania a cui assisteva persino il Presidente Hollande. Ci si chiede cosa faccia la Sdat, l’antiterrorismo francese, dunque, per “proteggere” i cittadini – oltre a perseguitare le compagne e i compagni che laggiù si battono per una vita degna di questo nome. La verità è che quanto accaduto la scorsa settimana a Parigi mette a nudo il meccanismo di funzionamento del governo oggi. Un governo che, come si diceva durante la nostra discussione, è apocalittico e cibernetico al tempo stesso. Oggi ciò che si governa realmente non sono le cause ma gli effetti. Prevenire le cause è più complicato e dispendioso, governare gli effetti, invece, più utile e vantaggioso. Se le cause richiedono di essere conosciute, pensate e affrontate prima che diventino una valanga di merda, gli effetti possono solo essere verificati, controllati e indirizzati. Questo è il paradigma del governo neoliberale, un paradigma securitario che non agisce tramite la prevenzione dei problemi ma con l’abilità di governarli, dirigerli nella giusta direzione una volta avvenuti. Questa tecnologia governamentale, che potrebbe riassumersi nello slogan “vivere nel pericolo costante” (vivere cioè nel continuo stato di pericolo di perdere il lavoro, la casa, i figli, la reputazione o la vita stessa), la chiamano, con la loro solita politesse semiologica, resilienza. Non si prevengono le catastrofi ma si lascia che esse avvengano al fine di renderle occasioni preziose per perfezionare i meccanismi di dominio degli uomini, per rinnovare i modi di produzione al fine di renderli più efficienti e redditizi. Il governo è in questo senso cibernetico: il buon governante così come il buon kybernes (pilota), non può evitare la tempesta ma utilizza la forza delle onde e del vento a suo vantaggio per navigare nella giusta direzione. È così che emerge il carattere apocalittico del governo. Il governo non solo non previene la catastrofe e la governa a suo vantaggio, ma la utilizza per legittimarsi e conservarsi, per rendersi necessario ed indispensabile attraverso la paura di una catastrofe futura e peggiore di quella quotidiana dentro cui tutti e ciascuno vivono “resilientemente”.

Il governo francese infatti ha forse previsto ma non ha prevenuto la strage di venerdì sera, invece ha agito ex-post introducendo nuove misure straordinarie di controllo e verifica. Infatti non erano ancora stati liberati gli ostaggi del Bataclan e già Hollande nella conferenza stampa dichiarava lo stato di emergenza e la chiusura di tutte le frontiere, cosa che non accadeva dai tempi della guerra in Algeria. Sono stati ristabiliti così i controlli per chiunque decidesse di attraversare in entrata ed in uscita i confini francesi, cosa che tutto sommato non nuoce in una fase come la nostra caratterizzata dalla forte emergenza immigrazione in Europa. Sono stati effettuati poi innumerevoli controlli e perquisizioni di polizia, blitz e arresti nelle banlieues parigine; di fatto un utile espediente per controllare e governare questi territori. Si è vietata la circolazione in determinati luoghi e a determinate ore stabilite dall’autorità. La tour Eiffel prima è stata chiusa fino a nuovo ordine, poi è diventata il simbolo della solidarietà da tastiera sui social networks. I grandi magazzini Lafayette di Parigi sono stati evacuati. I grandi magazzini Printemps sono rimasti chiusi in seguito agli attentati, così come altri grandi magazzini quali  Les Halles, Le Bon MarchéDisneyland Paris è stato chiuso per la prima volta dal 1992, quando venne aperto.

Tutte le manifestazioni sono state vietate in Francia e le campagne per le elezioni regionali sospese, 7mila soldati sono stati dispiegati lungo i confini nazionali francesi e 1.000 aggiuntivi inviati a Parigi. Misure queste ultime, che giovano non poco in termini di gestione dell’ordine pubblico in vista dell’ennesimo vertice sul clima previsto nel mese di dicembre sempre a Parigi: chi, dato questo clima plumbeo e con questo rumore di anfibi per le strade, avrà cuore di scendere in piazza per buttare giù la vetrina dei mentitori professionali che si riuniranno per firmare un altro accordo con cui sfruttare meglio, col “pollice verde”, il caos climatico che non è altro che un nome posticcio per dire il caos di questa civiltà?

Questo genere di dichiarazioni e misure di polizia sono state assunte a modello da molti altri governi europei. Del resto, mentre per le strade di Parigi ancora si sparava, già le televisioni europee gridavano ad un allarme terrorismo generalizzato. Tra le principali testate giornalistiche una titolava già: “Dopo Parigi ora toccherà anche a Roma, Londra, e Madrid”. Questi proclami hanno dato il via all’introduzione di ulteriori misure antiterrorismo su scala europea. Del resto, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che l’antiterrorismo è un paradigma di governo e non una spiacevole violazione dei nostri bei principi democratici, non una misura temporanea ma l’ atto costituente delle democrazie contemporanee. Infatti, nonostante le apparenze, il reale obiettivo delle politiche antiterroristiche non sono i nemici combattenti ma la popolazione in generale. Esattamente come lo è per i commando jihadisti al servizio di un neoliberismo condito in salsa orientale. Infatti queste politiche, tutte, da un lato e dall’altro, alimentano le paure apocalittiche già presenti nella popolazione, svezzata ormai dai mille film hollywodiani sul tema. Come si diceva nella nostra discussione, con la retorica per cui il governo adotta misure per la salvaguardia e la salvezza di ciascuno, per la protezione di tutti i cittadini dagli innumerevoli pericoli che incombono, si infonde in realtà un certo stato di terrore e paralisi diffusa, una condizione di destabilizzazione interiore deprimente ed angosciante che consente di fare di tutti esattamente ciò che si vuole.

In questo clima di isteria generalizzata si alimenta poi la propaganda xenofoba e neo-fascista. Su facebook e twitter già imperversa la psicosi contro lo straniero, l’uomo nero, l’immigrato. Nelle ore immediatamente successive agli attentati, già verso mezzanotte, viene incendiata la tendopoli dei rifugiati a Calais. Sempre all’insegna della paura del diverso e dello straniero, la prima forma di solidarietà nata su twitter con l’ashtag porteaperte – ammettiamolo, un po’ patetica – viene immediatamente neutralizzata dal terrorismo mediatico che insinua il dubbio che aprire la porta del proprio appartamento non sia un comportamento sicuro.

Queste sono le reazioni a quanto accaduto venerdì scorso a Parigi. Ma per comprendere fino in fondo l’evento occorre soffermarsi anche sulla natura degli attacchi sferrati. Innanzitutto gli attentati sono stati prontamente rivendicati dall’Isis, come risposta asimettrica all’impegno della Francia in tutte le guerre del medioriente. Quanto agli obiettivi scelti, sebbene vengano giudicati irrazionali da alcuni media mainstream e vengano considerati soft targets, quindi a basso indice di pericolosità, dalla Sdat, in realtà sono i luoghi simbolo nei quali si consuma la forma di vita miserabile dell’Occidente. Questo infatti è ciò che accomuna luoghi come lo stadio, un locale dove si ascolta musica rock, un bar frequentato da hipster e un ristorante il venerdì sera. Gli attentati di Parigi sono di fatto un attacco contro l’insulso edonismo della forma di vita occidentale. Una vita fatta di feste deprimenti e distrazioni stupide, consumi compulsivi e analfabetismo emozionale, sebbene qualcuno oggi rivendichi già con nostalgia quanto si viveva bene negli anni ’10 tra spritz, apericene, Erasmus, movida e droghe varie. A questa nullità etica dell’Occidente si oppongono le forti prescrizioni etiche su cui si articola l’ideologia politica degli islamisti, come si diceva appunto durante la discussione del seminario. Ed è proprio questa inclinazione etica, a fronte della piattezza disperante della forma di vita media occidentale, che garantisce una massiccia e continua adesione al “jihad”, anche da parte di giovanissimi cittadini francesi o belgi, quali erano alcuni dei nichilisti che hanno compiuto gli attentati di Parigi. Infatti, a ben vedere, il polo “terrorista” forma un dispositivo pienamente apocalittico a contatto con il polo del paradigma occidentale. Non è emblematico di un nichilismo globalizzato sparare indistintamente su una folla per poi farsi saltare in aria come sacrificio al Califfato? La modalità scelta dagli attentatori così eclatante e spettacolare non reincarna in negativo un modello occidentale, quello della società dello spettacolo, appunto? Sì, certo. Vi è solo una piccola ma fondamentale differenza, lo spettacolo dei giovani jihadisti è assolutamente antieconomico: quale atto infatti può essere immaginato come maggiore insulto contro l’ideologia del capitale umano così in voga alle nostre latitudini, se non quello di uccidere decine di giovani vite e poi di distruggere la propria?

La vera questione, ancora una volta, sta nel fatto che questi tragici eventi ci fanno comprendere fino in fondo la nostra inadeguatezza e la nostra impotenza. Qual è la nostra verità etica? Qual è una verità che ci faccia comprendere non il mondo ma come noi lo abitiamo? Quale vita possiamo opporre a quella che ci fanno vivere? Quali comportamenti antieconomici, antispettacolari e antinichilisti possiamo pensare e praticare? Delle forme di vita orribili e tristi come quelle del Califfato o dell’Occidente, se non quella fascista in ultima istanza, saranno sempre preferite se noi non riusciamo ad immaginare ed opporgli una forma-di-vita che sia realmente desiderabile. Noi la chiamiamo comunismo.

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