Fucina 62
Via Ettore Giovenale 62_Pigneto
13/06 LA CATASTROFE CHE E’ GIA’ QUI
Categories: General

Locandina AntropoceneLA CATASTROFE CHE E’ GIA’ QUI, LA CATASTROFE CHE NOI SIAMO

Discussione su Antropocene, economia e forma di vita a partire dal saggio di Deborah Danovski e Eduardo Viveiros De Castro “La fine del mondo”.

SABATO 13/06 H.18.00

CAMBIAPIANO Via Romanello da Forlì 40-Pigneto

 

«Le epoche sono orgogliose. Ognuna si vuole unica». Il vanto della nostra epoca consiste nel realizzare l’accumulazione di una crisi ecologica, politica, energetica ed economica senza eguali da un secolo a questa parte. La cattiva notizia è che quello che stiamo attraversando non è l’ennesima crisi del capitalismo, ma un crollo verticale dell’ethos occidentale, cioè del nostro modo di costruire, abitare, produrre e consumare.

Il saggio di Deborah Danowski e Eduardo Viveiros De Castro intitolato L’arrêt de monde, che vogliamo presentare e discutere in un’incontro pubblico, ci segnala che, in realtà, è almeno da cinquant’anni «che la diagnosi clinica della fine della civiltà occidentale è stata stabilita e contrassegnata dagli eventi». Metterla ancora in discussione costituisce solo una perdita di tempo e un modo per distrarsi. Non c’è più da aspettare facendo affidamento sulla ripresa economica, sull’applicazione del protocollo di Kyoto, sull’utilizzo di energie pulite e sulle forme di produzione a basso impatto ambientale. Sperare ancora in tutto ciò è una follia, «ma è soprattutto una maniera per distrarsi dalla catastrofe che è già qui e da parecchio tempo, dalla catastrofe che noi siamo, dalla catastrofe che è l’Occidente». La fine del mondo non è imminente, è il presente. «Già adesso ci situiamo all’interno del crollo di una civiltà», vivendo su di un ammasso di rovine. «È qui che bisogna prendere partito».

L’Antropocene è la definizione che gli scienziati danno della nuova era geologica iniziata nel XVIII secolo, con la prima industrializzazione e con l’affermazione del capitalismo. A partire da questo momento gli umani diventano essi stessi degli “agenti geologici”, al pari dei vulcani con la loro lava e dei fiumi con i loro sedimenti. L’impatto stratigrafico degli umani è però molto più potente della forza erosiva degli oceani o delle eruzioni vulcaniche. La cosa più interessante di questa definizione è che essa ci dice che non c’è nulla di naturale nella catastrofe attuale. È il genere di vita umana che si è affermata col capitalismo ad aver determinato il disastro in cui viviamo.

Ciò che per De Castro e Danowski è importante sottolineare è che per la prima volta sono le scienze «dure», le cosiddette «scienze della natura», a formulare in termini rigorosamente empirici un problema specificamente metafisico come quello della «fine del mondo». In sostanza, la «fine del mondo» cessa di essere un astruso problema di teologia, o il «fantasma» di antiche sette apocalittiche, per diventare una categoria dell’esperienza dotata di evidenza empirica. L’Antropocene è un’era, un’epoca; un’epoca che indica però la fine dell’epocalità e della temporalità, in quanto tali, per la specie umana.

Come dicevano degli amici poco tempo fa, il disastro oggettivo serve innanzitutto a mascherare un’altra devastazione, ancora più evidente e massiccia: l’esaurimento delle risorse spirituali e vitali che colpisce il cittadino occidentale. «Se ci si dedica tanto a dettagliare la devastazione dell’ambiente, lo si fa anche per velare la spaventosa rovina dell’interiorità. Ogni marea nera, ogni pianura sterile, ogni estinzione della specie è un’immagine delle nostre anime in brandelli, un riflesso della nostra assenza dal mondo, della nostra intima potenza ad abitarlo». Il malessere che viviamo, il dolore o la malinconia che sentiamo crescere, fanno interamente parte di quest’epoca, sono i sintomi di questa umanità malata.

L’obiettivo del capitalismo contemporaneo è creare una fantasmagoria in cui il cittadino, nonostante la catastrofe in corso, sia comunque portato a intravedere la possibilità di poter salvare il pianeta attraverso l’energia pulita e il rispetto per l’ambiente. I padroni hanno distrutto il mondo, adesso vogliono convincerci a lavorare noi alla sua ricostruzione. In nome dell’ecologia e del benessere del pianeta bisogna insomma impegnarsi. Gestire l’uscita dal nucleare, ridurre le eccedenze di Co2 nell’atmosfera, fare la raccolta differenziata. Insomma, ecco quale dovrebbe essere il nostro fardello. È in nome dell’ecologia che bisognerà d’ora in poi tirare la cinghia, come si faceva fino a ieri in nome dell’economia.

«Mettere l’umano al centro» è stato il progetto della metafisica e della politica occidentale. Anche la sinistra, quando le si domanda in cosa consisterebbe la rivoluzione si affretta a rispondere: «restaurare l’umanità perduta». Quello che questa sinistra non ha compreso è quanto il mondo sia stanco dell’umano. Per De Castro, la ricerca sempre legittima di praticare politiche di liberazione dal capitalismo non deve essere più legata «al machismo antropologico della conquista epica della natura» e al significato che il XIX secolo ha attribuito alla nozione di «progresso». Pensare il mondo come «capitale naturale» infinitamente sfruttabile e inesauribile è ciò che ci ha condotto sull’orlo dell’abisso. «È venuto il momento di abbandonare la nave, di tradire la specie. Non c’è una grande famiglia umana che esisterebbe separatamente da ciascuno dei mondi, degli universi familiari, da ciascuna delle forme di vita che disseminano la terra. Non esiste un’umanità, vi sono dei terrestri e i loro nemici, ovvero gli Occidentali, di qualsiasi colore sia la loro pelle».

Ciò che rende veramente interessante la ricerca di De Castro e Danowski è la messa a fuoco delle posizioni che determinano lo svolgimento della guerra in corso. Una guerra tra chi vuole continuare «a mettere al centro l’umano», a costo di rendere sempre più invivibile il mondo, e chi ha scelto di «mettere al centro la terra», consapevole che per fare questo deve costruire una forma di vita fuori e contro questa civiltà. Il dibattito comincia qui.

Comments are closed.