{"id":1425,"date":"2016-11-15T13:33:34","date_gmt":"2016-11-15T12:33:34","guid":{"rendered":"http:\/\/fucina62.noblogs.org\/?p=1425"},"modified":"2016-11-15T13:33:34","modified_gmt":"2016-11-15T12:33:34","slug":"2511-presentazione-con-lautore-gigi-roggero-e-discussione-del-libro-elogio-della-militanza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fucina62.noblogs.org\/?p=1425","title":{"rendered":"25\/11 Presentazione con l&#8217;autore Gigi Roggero e discussione del libro Elogio della militanza"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1426 size-medium\" src=\"https:\/\/fucina62.noblogs.org\/files\/2016\/11\/15042092_1400294940000402_8150184649882650232_o-212x300.jpg\" alt=\"15042092_1400294940000402_8150184649882650232_o\" width=\"212\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/fucina62.noblogs.org\/files\/2016\/11\/15042092_1400294940000402_8150184649882650232_o-212x300.jpg 212w, https:\/\/fucina62.noblogs.org\/files\/2016\/11\/15042092_1400294940000402_8150184649882650232_o.jpg 679w\" sizes=\"auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px\" \/>VENERDI 25 NOVEMBRE<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">FUCINA62- Via Etttore Giovenale 62, Pigento, Roma est<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/fucina.fucina\/?fref=ts\">https:\/\/www.facebook.com\/fucina.fucina\/?fref=ts<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">ore 19.30 Presentazione con l&#8217;autore Gigi Roggero e discussione del libro <em>Elogio della militanza<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/fucina.fucina\/posts\/1400294940000402:0\">https:\/\/www.facebook.com\/fucina.fucina\/posts\/1400294940000402:0<\/a><\/p>\n<p>Pubblichiamo di seguito l&#8217; introduzione uscita su Commonware scritta dall&#8217; autore:<\/p>\n<p>0. Il pensiero e la scrittura sono degli arnesi. Se dobbiamo scardinare una porta ci serve un piede di porco, se dobbiamo attaccare un ordine del discorso ci servono dei concetti. Non bisogna mitizzare il primo ne\u0301 feticizzare i secondi: il piede di porco senza concetti gira a vuoto, i concetti senza piede di porco sono disarmati. Ci sembra importante chiarirlo subito, a scanso di equivoci. Viviamo infatti in una fase, accentuata dalla crisi, in cui pratica e teoria rischiano sempre piu\u0300 di separarsi e autonomizzarsi. Con conseguenze disastrose, su entrambi i lati. Una pratica militante senza teoria militante ha il fiato corto e rischia l\u2019autoreferenzialita\u0300. Una teoria militante senza pratica militante e\u0300 buona per l\u2019accademia, dunque buona a nulla.<\/p>\n<p>Althusser tiro\u0300 fuori questi due termini: pratica teorica e pratica politica. Invece di risolvere il problema, l\u2019hanno reso cronico. Perche\u0301 significavano l\u2019autonomia della teoria da una parte, l\u2019autonomia del politico dall\u2019altra. La lotta di classe in filosofia non la si poteva fare se non portando la filosofia la\u0300 dove la lotta di classe era, dalla scuola normale alle fabbriche, e poi alle fabbriche del sapere. A quel punto cessava di essere filosofia, ed e\u0300 qui che l\u2019intellettuale si ferma e si separa: perche\u0301 deve cessare di essere intellettuale, rinunciando a status e reddito che ne derivano. La collocazione materiale spiega spesso molto di piu\u0300 dei labirinti filosofici.<\/p>\n<p>Il militante politico, scriveva Tronti, ha come oggetto della propria analisi il capitalismo, cioe\u0300 la realta\u0300 che deve combattere. Bisogna studiare cio\u0300 che si deve distruggere. Chi si innamora del proprio oggetto di analisi, per poter riprodurre i ruoli acquisiti nella societa\u0300 capitalistica, abbandona la militanza e passa al campo nemico. Non vale nemmeno la pena di tirare fuori il tradimento, e\u0300 piu\u0300 semplicemente incapacita\u0300 di rompere la separatezza della propria condizione. Al militante serve odio per produrre sapere. Tanto odio, studiare a fondo cio\u0300 che piu\u0300 si odia. La creativita\u0300 militante e\u0300 innanzitutto scienza della distruzione. Dunque, la pratica politica e\u0300 pregna di teoria, oppure non e\u0300. Bisogna studiare per agire, bisogna agire per studiare. E fare le due cose insieme. Ora piu\u0300 che mai, questo e\u0300 il compito politico.<\/p>\n<p>Per iniziare un libro e prima di entrare nel merito dei contenuti dobbiamo allora, innanzitutto, dire almeno cosa non vogliamo e a chi ci rivolgiamo. Non vogliamo scrivere per tutti. Anzi, diffidiamo apertamente di coloro la cui scrittura e i cui pensieri sono apprezzati da tutti, perche\u0301 significa che non dicono niente. Se per dire intendiamo uno strumento d\u2019attacco e non un vezzo intellettuale. Chi scrive per tutti in fondo scrive solo per se stesso. Ci rivolgiamo ai militanti politici, in particolare a coloro che si muovono su quello che Alquati chiamava medio raggio. E\u0300 quel livello intermedio tra l\u2019alto e il basso, tra la teoria e la pratica, tra l\u2019astrazione determinata del comando e la determinazione astratta della vita quotidiana. Sul medio raggio, il militante traduce la linea politica verso il basso e la corregge verso l\u2019alto. Il medio raggio e\u0300 il livello fondamentale dell\u2019agire politico.<\/p>\n<p>1. Qual e\u0300 l\u2019obiettivo di questo libro? Affrontare dei problemi, disporli sul tappeto, ripercorrerne la genealogia, tentare di metterli in fila, costruire un ordine, fare una gerarchia. A noi pare, in particolare, che ci sia un problema che contiene tutti gli altri: quello della composizione di classe. Non lo si puo\u0300 affrontare in quanto tale, bisogna procedere per scomposizione per poi poter ricomporre, spacchettare e rimontare in una direzione radicalmente differente. Se lo si affronta come tale oppure lo si scompone senza ricomporlo, infatti, si rischia di restare intrappolati nelle maglie dell\u2019articolazione e divisione della forza lavoro cosi\u0300 come e\u0300 prodotta dal capitale. Una fotografia senza processo e senza possibilita\u0300 di sovversione, sociologia debole. Se lo si aggira teoricamente, con un salto della volonta\u0300 privo di basi materiali, quel problema si ripresenta di continuo, spingendo il discorso nell\u2019idealismo e nell\u2019autoreferenzialita\u0300. Una tendenza priva di realta\u0300, filosofia impotente. In questo libro compiremo solo in parte questa operazione di scomposizione e ricomposizione, va al di la\u0300 delle nostre possibilita\u0300 e capacita\u0300. Cerchiamo pero\u0300 di costruire i presupposti per compiere collettivamente questa operazione, che e\u0300 innanzitutto un piano collettivo di ricerca militante.<\/p>\n<p>Per cominciare, dobbiamo chiarire il punto di partenza. La prendiamo da lontano per arrivare molto vicino: il passaggio dall\u2019operaio massa all\u2019operaio sociale resta per noi un passaggio irrisolto. Lo ha risolto il capitale, mettendo a valore lo spazio sociale e metropolitano, superando la forma-fabbrica e frammentando il proprio antagonista. Non lo abbiamo risolto noi, che nelle nuove coordinate spazio-temporali dei processi di accumulazione non siamo ancora riusciti a trovare gli equivalenti funzionali dello sciopero e del sabotaggio, cioe\u0300 della capacita\u0300 di far male al padrone e di incidere sui rapporti di produzione, di forza e di potere. A quel passaggio il capitale non ci e\u0300 arrivato per una razionalita\u0300 interna, ma perche\u0301 vi e\u0300 stato costretto dal livello raggiunto dalla lotta di classe. Se avessero potuto continuare a governare e accumulare come facevano prima, lo avrebbero fatto. Si resero ben presto conto che non era cosi\u0300. Nel fuoco delle lotte, davanti all\u2019ingovernabilita\u0300 delle fabbriche e delle metropoli, la Trilaterale lo disse chiaramente nel \u201973: l\u2019espansione dei conflitti, dei bisogni e dei processi di soggettivazione nati dentro e contro la fabbrica taylorista e la societa\u0300 fordista va bloccata, pena la capacita\u0300 di poter conservare il timone del comando. Non bastava reprimere: il rapporto di capitale o si innovava, oppure si rompeva. E\u0300 riuscito a innovarsi, noi non siamo riusciti a romperlo. E\u0300 sull\u2019innovazione che hanno vinto la battaglia.<\/p>\n<p>Vi sono due recenti tesi su quel lungo passaggio, che arriva fino ai giorni nostri: arrivano da due figure comuni e diverse, ci sembrano in grado di illuminare bene il presente e la sua genealogia, offrendoci alcune delle questioni da affrontare e approfondire. La prima e\u0300 di Tronti, piu\u0300 o meno suona cosi\u0300: per smontare la classe operaia hanno dovuto smontare il capitalismo industriale. L\u2019altra e\u0300 di Marazzi, che a quel passaggio si rivolge per comprendere la finanziarizzazione: dal momento in cui si e\u0300 liberato dalla sostanza per distruggere la classe operaia, cioe\u0300 della classe che gli si contrappone, il capitale non ha avuto piu\u0300 tregua. Il capitale fa dunque i conti con la sua \u00abnemesi storica\u00bb: per distruggere una composizione di classe determinata, quella dell\u2019operaio massa, ha distrutto anche la dinamica di sviluppo legata al rapporto sociale, cio\u0300 che gli permetteva di crescere nella conflittualita\u0300. \u00abDi tutti gli strumenti di produzione, la piu\u0300 grande forza produttiva e\u0300 la classe operaia stessa\u00bb, scriveva Marx contro Proudhon nella Miseria della filosofia. Per attaccare l\u2019autonomia operaia, dunque, il capitale si e\u0300 a sua volta \u2013 parzialmente \u2013 autonomizzato, ma cosi\u0300 facendo non riesce piu\u0300 a innescare nuovi cicli di sviluppo. Perche\u0301 la classe operaia puo\u0300 essere autonoma, il capitale no: strutturalmente dipende dal proprio nemico. La crisi e\u0300 esattamente questa nemesi storica.<\/p>\n<p>Tutto bene, allora? Dobbiamo semplicemente aspettare che il capitale imploda nelle proprie contraddizioni? Neanche per sogno. La crisi non e\u0300 un preludio al crollo, come dovremmo aver capito da tempo, almeno fin da quando le teorie crolliste degli anni Venti del secolo scorso portarono alquanto male. Se non c\u2019e\u0300 un soggetto collettivo in grado di romperlo, quel rapporto sociale non si rompera\u0300 da solo. Il capitale puo\u0300 governare e riprodursi nella crisi a tempo indeterminato, se non incontra una forza sociale antagonista in grado di interrompere e distruggere quella riproduzione. Anzi, la crisi attuale assume nuove caratteristiche rispetto al passato: diventa forma permanente di accumulazione e comando politico. Sul breve periodo sembra modificarsi tutto di continuo, sul medio-lungo non si modifica nulla dell\u2019elemento centrale: il comando, appunto.<\/p>\n<p>Nell\u2019autoreferenzialita\u0300 del capitale, rischia di specchiarsi l\u2019autoreferenzialita\u0300 del discorso militante. Questo e\u0300 buono per il nostro nemico, male per noi. Nella difficolta\u0300 di fondarsi sulla nuova sostanza di classe, il discorso militante fugge spesso nelle isole marginali dei propri simili alla ricerca di conferme delle proprie certezze. L\u2019idea prende il posto della carne. La misura del discorso cessa cosi\u0300 di essere la materialita\u0300 dei processi di lotta, di organizzazione e dei rapporti di forza, per divenire la comunita\u0300 militante. Alla sostanza della classe si sostituisce l\u2019inconsistenza del discorso ideologico, in un\u2019operazione di rappresentanza immaginaria dagli esiti disastrosi e spesso grotteschi.<\/p>\n<p>Per schematizzare, abbiamo in questo contesto due tendenze prevalenti: una nostalgia per la sostanza e un\u2019indifferenza alla sostanza. Per usare termini che renderemo piu\u0300 chiari nel corso della lettura, vi e\u0300 da un lato una mitologica composizione di classe senza operaismo, dall\u2019altro un mitologico operaismo senza composizione di classe. Gli uni fuggono con la fantasia in Cina o nei paesi emergenti, sognando di trovare la\u0300 quello che qua non c\u2019e\u0300 piu\u0300. Se ci andassero davvero, ne resterebbero profondamente delusi. Gli altri fuggono con la fantasia verso un futuro gia\u0300 immediatamente dato, senza rendersi conto che la tendenza e\u0300 sempre una questione di lotte e rapporti di forza. Qual e\u0300 la migliore tra le due opzioni? Sono entrambe peggiori. L\u2019una rafforza l\u2019altra, in una sterile diatriba che non riguarda altri al di fuori delle ristrette cerchie di chi le porta avanti. Serve quindi un\u2019operazione preliminare per sgomberare il campo e disporre i problemi su un terreno liberato da lenti che annebbiano la vista e da schemi che non servono piu\u0300 a leggere.<\/p>\n<p>2. Diciamolo cosi\u0300, in modo netto: il cosiddetto post-operaismo e\u0300 finito. La definizione e\u0300 nata nelle universita\u0300 anglosassoni e americane, come tentativo di catturare la potenza dell\u2019operaismo, depoliticizzarlo e astrarlo dal conflitto e dalla composizione di classe. Per renderlo, cioe\u0300, buono per l\u2019accademia e l\u2019economia politica del a conoscenza. Ora e\u0300 diventato \u00abItalian theory\u00bb, per completare il percorso di recinzione e messa a valore di un pensiero appositamente svuotato e disarmato. Non e\u0300 questo che qui ci interessa e di cui ci occupiamo. Assumiamo invece con la definizione traballante di post-operaismo quello spazio comune ancorche\u0301 differenziato nato sul finire degli anni Ottanta del Novecento per analizzare le forme della produzione e del lavoro sorte dalle ceneri del passaggio prima menzionato, cercando di rovesciare le annichilenti immagini della fine della storia e del pensiero unico. L\u2019obiettivo polemico era e resta corretto, lo sviluppo pratico non sempre all\u2019altezza. Nascevano cosi\u0300 le teorizzazioni sul cosiddetto \u00abpostfordismo\u00bb, e poi via via i tentativi di individuare nuovi soggetti del conflitto che incorporavano in se\u0301 saperi e cooperazione sociale. Alcuni di questi tentativi erano problematici fin dall\u2019inizio, altri sono stati estremamente produttivi e lo possono ancora essere, a patto che vengano ripensati dentro le mutazioni intervenute nella crisi e l\u2019esaurimento di un modello complessivo.<\/p>\n<p>Ecco, il punto e\u0300 questo: non ricominciare da capo in questo caso significa davvero tornare indietro. Significa, in altri termini, correre il rischio di ossificare le categorie, di trasfigurarle in dogmi, di far diventare l\u2019operaismo cio\u0300 che non e\u0300 mai stato: una scuola e non un movimento di pensiero. Significa, in subordine, dare spazio a fastidiose operazioni di rancoroso attacco a un intero impianto teorico rivoluzionario. Si tratta di operazioni irrilevanti, certo, ma che rischiano di spostare il dibattito sulla difesa dei concetti anziche\u0301 sulla loro utilita\u0300 nelle lotte. Rischiano dunque di trascinare tutto nella marginalita\u0300 politica.<\/p>\n<p>Dopo la fine del post-operaismo, cosa resta? Restano gli operaisti, e anche i cosiddetti post-operaisti. Restano tanti militanti per cui quel metodo rivoluzionario e\u0300 un punto di vista dentro e contro la realta\u0300, una santa barbara per farla saltare in aria. Dovremmo oggi provare a compiere quella mossa originaria che fu propria dell\u2019operaismo rispetto a Marx: il machiavelliano ritorno ai princi\u0300pi, cioe\u0300 a Marx, contro il marxismo. Ora il compito e\u0300 ritornare all\u2019operaismo, non certo contro ma sicuramente in modo critico rispetto a cio\u0300 che del post-operaismo non funziona piu\u0300, oppure non ha mai funzionato.<\/p>\n<p>Chi ha timore o gioisce per la liquidazione di un patrimonio teorico, probabilmente ha sbagliato strada, sicuramente ha sbagliato libro. Ci sembra che a contribuire nel liquidare quel patrimonio siano coloro che si crogiolano con categorie che non servono piu\u0300 alle lotte, anche se \u2013 o proprio perche\u0301 \u2013 servono a partecipare a convegni internazionali. A noi al contrario interessa l\u2019uso dell\u2019eredita\u0300, e non le liti sul testamento. Allora, per usare quella straordinaria eredita\u0300 la dobbiamo passare al filo tagliente della critica, buttare cio\u0300 che non serve, ripensare in avanti cio\u0300 che gira a vuoto. Non farlo e\u0300 il vero modo di tradire quel patrimonio.<\/p>\n<p>3. Riepiloghiamo. L\u2019operaismo come pratica teorica rivoluzionaria storicamente determinata si chiude consegnandoci un problema: il passaggio dall\u2019operaio massa all\u2019operaio sociale. L\u2019analisi sul \u00abpostfordismo\u00bb in parte lo chiarisce e in parte lo rimuove, nella misura in cui legge la composizione tecnica come composizione politica, ovvero distogliendo lo sguardo dalla formazione capitalistica della soggettivita\u0300 e dal comando sulle trasformazioni del lavoro. Li\u0300 ci rimane il problema, che e\u0300 interamente politico. Perche\u0301 quella dell\u2019operaio sociale era una figura politica, mentre e\u0300 stata ridotta a figura tecnica. Del resto, dall\u2019operaio sociale al lavoratore cognitivo il soggetto si incarna tecnicamente, si disincarna politicamente. Ripartire da questo problema non significa ritornare all\u2019operaio massa, che non esiste piu\u0300 da nessuna parte, ma ricercare una nuova sostanza. Cos\u2019e\u0300? Come si produce? Come si organizza? Per fare delle ipotesi su questi problemi, dobbiamo ripercorrere in modo genealogico il concetto di composizione di classe. Questa e\u0300 la scommessa.<\/p>\n<p>Attenzione, caso mai ce ne fosse bisogno, specifichiamo che quello in cui siamo immersi e\u0300 un quadro tutt\u2019altro che pacificato e risolto una volta per tutte a favore del nostro nemico: la societa\u0300 innovata del capitale e\u0300 pregna dei segni di classe e di conflitti. Stanno li\u0300, come eccedenze concrete o talora cellule dormienti, come possibilita\u0300 e a sprazzi realta\u0300 di nuove lotte. Non e\u0300 poco, diciamo contro chi vede il capitale come unico soggetto della storia. Non e\u0300 sufficiente, diciamo contro chi del capitale ha dimenticato l\u2019esistenza per immaginare un rapporto di produzione gia\u0300 libero.<\/p>\n<p>4. Una breve avvertenza, infine, per il militante lettore. Questo libro non ha la pretesa, la capacita\u0300 e soprattutto la volonta\u0300, di rendere conto di tutto cio\u0300 che e\u0300 scritto sugli argomenti trattati. Operiamo delle scelte, procediamo per parzialita\u0300, avanziamo per salti e interruzioni. Cosi\u0300 va la storia, cosi\u0300 va la realta\u0300. Sui temi trattati rimanderemo talvolta a nostre elaborazioni del passato, piu\u0300 lontano e piu\u0300 recente: non lo facciamo per il valore che hanno, ma per non ripetere eccessivamente, e soprattutto per dare a chi ne avesse voglia la possibilita\u0300 di confrontare linee di continuita\u0300 e necessarie discontinuita\u0300 nella nostra ricerca militante. In diverse parti del testo sono riportati ampi stralci di brani presi dai pensatori militanti con cui ci confrontiamo. Da un lato, la scelta non intende esaurire in modo estensivo la discussione con tutti coloro che si sono espressi significativamente sui temi qui analizzati, ma agire in modo intensivo a partire da una selezione di punti di riferimento. Meglio un faticoso passetto verso l\u2019alto che dieci comodi passi laterali. Dall\u2019altro, i brani riportati in modo talora abbondante non vogliono concedere nulla al vizio accademico della citazione; al contrario cercano di offrire l\u2019opportunita\u0300 al lettore \u2013 innanzitutto il militante, appunto \u2013 di confrontarsi direttamente con le fonti e non affidarsi quindi esclusivamente all\u2019analisi fatta dall\u2019estensore di queste pagine, o quantomeno per approfondirla ulteriormente e dunque mantenere aperto il campo della ricerca. Ricerca dei concetti da usare come piedi di porco, e viceversa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>VENERDI 25 NOVEMBRE FUCINA62- Via Etttore Giovenale 62, Pigento, Roma est https:\/\/www.facebook.com\/fucina.fucina\/?fref=ts ore 19.30 Presentazione con l&#8217;autore Gigi Roggero e discussione del libro Elogio della militanza https:\/\/www.facebook.com\/fucina.fucina\/posts\/1400294940000402:0 Pubblichiamo di seguito l&#8217; introduzione uscita su Commonware scritta dall&#8217; autore: 0. Il pensiero e la scrittura sono degli arnesi. 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